«Peste in Siberia? Di sicuro è negli Stati Uniti. La Yersinia pestis vive negli animali, soprattutto topi e ratti»: il punto del virologo Ferrante
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Una ricercatrice è risultata positiva alla peste a Irkutsk, in Siberia. Il caso, che avrebbe colpito nella forma polmonare una donna di 28 anni in servizio presso l’Irkutsk Anti-Plague Research Institute, ha suscitato clamore e ipotesi su una possibile guerra batteriologica, che non trovano riscontro scientifico. A rassicurare è il virologo Pasquale Ferrante, già professore ordinario di Microbiologia all’università degli Studi di Milano: «Nessun allarme», ha dichiarato ad Adnkronos Salute.
Ferrante si è detto un po’ stupito dall’attenzione suscitata dalla vicenda e molto sorpreso dall’ipotesi di un rischio legato alla peste. Ha spiegato di aver letto che qualcuno prospetta una vaga possibilità che la Russia si prepari a una guerra batteriologica attraverso questa infezione. Una prospettiva rispetto alla quale il virologo ritiene difficile che la peste possa essere un’arma biologica.
Il batterio responsabile della malattia è Yersinia pestis. Ferrante lo descrive come un microrganismo noto che vive con gli animali, soprattutto topi e ratti: secondo la sua spiegazione, vive e si moltiplica nelle pellicce e nei peli degli animali e occasionalmente passa all’uomo, nel quale provoca disturbi associati alle diverse forme della peste. Casi di infezione si verificano ancora, ma, sottolinea il virologo, oggi la malattia non costituisce un problema perché è disponibile una serie di antibiotici in grado di uccidere il batterio. Yersinia pestis è gestibile con i comuni antibiotici, ribadisce.
I casi ancora presenti negli Stati Uniti
Tra le speculazioni e gli allarmi sul caso siberiano, Ferrante osserva con curiosità che gli Stati Uniti sono uno dei Paesi nei quali la peste è sicuramente ancora presente. Secondo il virologo, l’infezione si osserva soprattutto negli Stati del Sud, con una prevalenza nelle zone del Colorado, del New Mexico e dell’Arizona; è presente anche, in misura minore, in California e in Oregon.
I casi, spiega Ferrante, si verificano principalmente nelle aree che ospitano le riserve dei nativi americani, dove le popolazioni hanno un contatto più forte con la natura. Il virologo aggiunge che, tra i diversi problemi, queste comunità possono avere anche una carenza di assistenza sanitaria. Nelle aree indicate, riferisce, si è verificato ogni anno un minimo di 7-8 casi di peste, con massimi di 17 casi nel 2006 o nel 2015. I casi letali sono stati meno numerosi rispetto al totale delle infezioni registrate.
Le epidemie nella storia
Per Ferrante, la peste è stata uno dei maggiori fattori infettivi nell’evoluzione della specie umana. Nel richiamare le diverse epidemie che hanno colpito l’umanità, cita la peste Giustiniana, la peste Antonina e molte altre. La più importante, secondo il virologo, è stata quella conosciuta come peste nera e associata alla morte nera: cominciò all’incirca nel 1345-1346 e terminò nel 1350, provocando la morte di almeno un terzo dell’intera popolazione europea. Una mortalità che Ferrante definisce impressionante.
Il virologo ricorda anche quello che indica come il primo episodio di epidemia o semi-pandemia, chiamato peste di Atene e scoppiato durante la guerra del Peloponneso. La causa, precisa, non è mai stata chiarita: lo storico Tucidide descrisse accuratamente tutti i sintomi, ma quella ricostruzione non ha consentito di arrivare a una conclusione sull’origine dell’epidemia.
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