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Peste in Siberia dobbiamo preoccuparci? Roberto Burioni racconta il caso della provetta rotta

Published 16 Oct 2026 · Discovered 16 Oct, 13:47 UTC · Original language: it · Version 3

Una provetta rotta, una polmonite che uccide in pochi giorni, un istituto nato per studiare la peste. E una sola fonte ufficiale: lo stesso Stato da cui quel laboratorio dipende. Il caso della tecnica di laboratorio morta a Irkutsk, in Siberia, non è (per ora) un'emergenza sanitaria per l'Europa. Ma è un caso esemplare di come la mancanza di trasparenza possa trasformare un incidente in un allarme globale. Sulla vicenda ha preso posizione Roberto Burioni, professore di Microbiologia e virologia all'Università Vita-Salute San Raffaele, in un podcast pubblicato sul suo Substack: un'analisi che tiene insieme la biologia del batterio e la storia dei programmi sovietici di guerra batteriologica. Ed è tornato a parlarne oggi, venerdì 16 ottobre, al Festival di Salute di Padova nell'incontro "Peste siberiana: dobbiamo preoccuparci?".

I fatti

Darya Shipilova, tecnica di laboratorio di 28 anni dell'Istituto antipeste di ricerca della Siberia e dell'Estremo Oriente, è morta all'ospedale distrettuale di Shelekhov, nella regione di Irkutsk, nella notte del 2 ottobre, dopo una sospetta esposizione alla peste polmonare. Era stata ricoverata il 29 settembre con gravi sintomi respiratori e un rapido peggioramento. Secondo i colleghi, era stata in istituto per l'ultima volta il 25 settembre. Circa 189 persone sono state messe sotto osservazione e diversi ospedali in quarantena.

La ricostruzione dell'incidente viene da fonti non ufficiali. La testata Lyudi Baikala, citando fonti anonime vicine ai servizi di sicurezza regionali, ha scritto che la donna potrebbe aver contratto la peste polmonare da una provetta rotta. La notizia è stata ripresa anche dalla filogovernativa REN TV: per una volta, osserva Burioni nel suo podcast, oppositori e governativi raccontano la stessa cosa. Il capo della vicina Repubblica di Buriazia, Alexei Tsydenov, aveva parlato di una forma non specificata di peste. La versione ufficiale è opposta.

Il governatore di Irkutsk, Igor Kobzev, ha riferito che una commissione di esperti di Rospotrebnadzor, l’agenzia russa di sanità pubblica, ha stabilito come causa del decesso una polmonite a eziologia indeterminata, senza microrganismi legati al lavoro della donna nei suoi campioni. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha invitato i russi ad affidarsi solo alle comunicazioni ufficiali e a ignorare le "voci".

Le domande senza risposta

Restano però le incongruenze. Il 3 ottobre le autorità di Shelekhov avevano invitato a evitare la città con un post subito cancellato. Oltre sessanta dipendenti dell'istituto sono rimasti isolati all'interno della struttura. All'Oms Mosca ha comunicato che a Irkutsk non risultano casi di peste, senza chiarire se la tecnica fosse stata testata e se la malattia potesse essere esclusa nel suo caso. E nessun osservatore internazionale indipendente ha potuto verificare sul posto.

Resistenza agli antibiotici?

C'è poi il punto che inquieta di più gli esperti di biosicurezza, ed è la sproporzione tra il decorso della malattia e la risposta delle autorità. Chi si espone alla peste in un laboratorio ha di norma accesso immediato alla profilassi post-esposizione e ad antibiotici molto efficaci, che in genere evitano la forma grave: una morte in pochi giorni non è l'esito atteso. Brendan Wren, della London School of Hygiene and Tropical Medicine, ha ricordato che esistono ceppi resistenti a più antibiotici e che, se il laboratorio stesse lavorando su uno di questi, le opzioni terapeutiche sarebbero limitate.

Kevin Esvelt, del Media Lab del Mit, ha osservato che nemmeno un ceppo resistente ai farmaci spiegherebbe del tutto la scala della reazione descritta dai media russi, tra personale in tute protettive e ospedali chiusi. Nessuna di queste ipotesi è stata confermata, e nessuna può esserlo senza accesso ai dati e ai campioni: sono interrogativi, non conclusioni. Ma spiegano perché il caso abbia attraversato in poche ore il confine tra cronaca sanitaria e questione di sicurezza internazionale.

Come si trasmette

La peste bubbonica, quella delle grandi epidemie storiche, passa dalla pulce del roditore all'uomo e non da persona a persona. La forma polmonare invece si trasmette con le goccioline respiratorie: è la più rapida e la più letale, uccide in due giorni se non trattata subito con antibiotici. "C'è poi una quarta via", spiega Burioni: "le goccioline non le produce un malato che tossisce, ma una provetta che si rompe".

Il peso della storia

Il sospetto ha radici profonde. L'Unione Sovietica costruì, a partire dagli anni Venti, il più grande programma di armi biologiche mai esistito, e la peste ne era l'elemento centrale. La rete degli istituti antipeste, nata per proteggere il Paese, raccoglieva i ceppi più virulenti e li consegnava ai militari; dagli anni Settanta, con l'ingegneria genetica, si lavorò per renderli resistenti agli antibiotici. Una storia segnata da incidenti, dal carbonchio di Sverdlovsk nel 1979 al vaiolo di Aralsk nel 1971. Sverdlovsk, ha ricordato Burioni a Padova, è un manuale di omertà. Il governo attribuì le decine di morti a carne infetta; a chi faceva notare che le vittime erano quasi tutte uomini, rispose che nella tradizione russa il capofamiglia mangia di più. In realtà in un laboratorio militare si preparavano spore di antrace da usare come arma: un incidente, probabilmente legato a un filtro, liberò una nube che il vento disperse sulla città. Gli agenti del Kgb fecero sparire tutto, tranne i vetrini delle autopsie. Fu analizzandoli, nella breve stagione di apertura seguita alla fine dell'Urss, che si ricostruì la verità, pubblicata su Science solo nel 1994.

Eltsin ammise il programma nel 1992; poi la posizione ufficiale è tornata alla negazione. Va detto che l'istituto di Irkutsk, attivo dal 1934, è una struttura civile e non compare tra i siti indicati dalle valutazioni americane come parte dell'infrastruttura militare russa: nella rete sovietica, però, scienziati e dirigenti si spostavano tra istituti civili e programmi biologici, e questo rende la separazione meno netta di quanto la definizione suggerisca.

Il rischio per l'Italia

"Per noi il rischio è minimo", dice Burioni. La peste polmonare si trasmette solo da chi ha sintomi, non da persone apparentemente sane come il Covid; l'incubazione brevissima, al massimo tre giorni nella forma grave, facilita il tracciamento. I test sui contatti hanno trovato finora solo due casi di Covid e due di rinovirus. E la peste, se non modificata geneticamente, si cura con antibiotici comuni. "Un caso di peste in New Mexico non mi preoccupa: sono batteri che circolano in natura e, presi in tempo, si curano. Uno che arriva da un laboratorio russo, sì". "La peste la sappiamo curare", conclude Burioni. "Quello che non sappiamo curare è l'opacità delle dittature".

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